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Impresa e comunicazione · 6 minuti

Cosa faccio? Strategia, comunicazione e impresa. Ma soprattutto connessioni

Per anni ho cercato una risposta semplice a una domanda apparentemente semplice:

“Di cosa ti occupi?”

Potrei rispondere che sono un’imprenditrice.

Potrei parlare di SEO Off-Site e Digital PR, due ambiti nei quali lavoro da molti anni.

Potrei parlare di comunicazione, editoria, tecnologia o strategia aziendale.

Potrei raccontare LinkJuice, l'agenzia che ho costruito, Juicer, la piattaforma nata per trasformare parte di quell'esperienza in tecnologia, o Imprendo, il progetto nel quale sto facendo convergere competenze diverse all'interno di una regia più ampia.

Sono tutte risposte corrette.

Eppure nessuna, da sola, riesce davvero a spiegare quello che faccio.

Ho impiegato parecchio tempo a capire che probabilmente il problema non era trovare una definizione migliore.

Era continuare a cercarne una.

Vent'anni di lavoro difficili da mettere in una casella

Il marketing ci ha insegnato una cosa importante: per essere riconosciuti bisogna essere riconoscibili.

Vale per le aziende e vale per i professionisti.

Dobbiamo avere un posizionamento chiaro, essere associati a una competenza, occupare uno spazio preciso nella mente delle persone.

È un principio nel quale continuo a credere.

Ma c'è una differenza tra avere un posizionamento e ridurre vent'anni di esperienza professionale a un'etichetta.

Il mio percorso ha attraversato SEO, editoria, Digital PR, comunicazione, tecnologia e impresa.

Per molto tempo ho cercato di capire quale di queste fosse davvero “la mia cosa”.

Oggi penso che la risposta sia un'altra.

La mia cosa è ciò che succede quando queste competenze smettono di essere considerate separatamente.

SEO, reputazione e comunicazione non vivono in mondi diversi

È uno dei cambiamenti che osservo più chiaramente nel mio lavoro.

Una strategia SEO Off-Site non riguarda soltanto i backlink.

Una Digital PR non riguarda soltanto ottenere una pubblicazione.

La reputazione non riguarda soltanto quello che un'azienda racconta di sé.

E la comunicazione non può più essere considerata semplicemente il reparto che arriva alla fine di un processo per raccontare ciò che gli altri hanno deciso.

Queste dimensioni si influenzano continuamente.

Una menzione editoriale può contribuire alla notorietà di un brand, alla sua autorevolezza, alla sua presenza nei motori di ricerca e alle informazioni attraverso cui sistemi e persone imparano ad associarlo a un determinato argomento.

Una decisione apparentemente tecnica può avere conseguenze sul posizionamento.

Una scelta di comunicazione può avere conseguenze commerciali.

E una difficoltà commerciale può essere il sintomo di un problema che nasce molto prima del momento della vendita.

È anche per questo che faccio sempre più fatica a ragionare per compartimenti stagni.

Le aziende vendono servizi separati. I problemi non lo sono.

Il mercato ha bisogno di categorie.

Se un'azienda ha un problema SEO, cerca un consulente SEO.

Se vuole ottenere copertura editoriale, cerca qualcuno che si occupi di PR.

Se deve acquisire clienti, pensa all'advertising.

È normale.

Ma i problemi reali delle aziende raramente rispettano l'organigramma o il catalogo dei servizi di chi dovrebbe risolverli.

Una perdita di traffico può avere un'origine tecnica, editoriale o reputazionale.

Un problema di acquisizione può dipendere dalla campagna pubblicitaria oppure dal posizionamento, dall'offerta o dalla percezione del brand.

Un'azienda può essere molto visibile e contemporaneamente poco autorevole.

Può produrre ottimi contenuti e non essere riconosciuta come fonte.

Può avere un buon prodotto e non essere riuscita a costruire intorno a quel prodotto un sistema capace di portarlo al mercato.

Possiamo dividere il marketing in tutte le specializzazioni che vogliamo. La realtà continuerà a ignorare le nostre divisioni.

Ed è qui che riconosco maggiormente il mio modo di lavorare.

Prima capire il problema. Poi scegliere lo strumento.

Quando entro in un progetto tendo ad allargare lo sguardo prima di restringerlo.

Non perché pensi che una persona debba saper fare tutto.

È esattamente il contrario.

Le competenze specialistiche servono, e più un progetto diventa complesso più diventano importanti.

Ma scegliere lo specialista prima di avere capito il problema significa rischiare di trovare una soluzione perfetta alla domanda sbagliata.

Il mio lavoro negli anni è diventato sempre più questo:

individuare le connessioni, capire dove si trova realmente il problema e poi mettere insieme le competenze necessarie per affrontarlo.

È successo con LinkJuice.

Sta succedendo con Juicer, dove tecnologia e automazione nascono da anni di lavoro sul campo e di relazioni con editori e aziende.

E sta succedendo con Imprendo, dove il punto non è semplicemente mettere più servizi sotto lo stesso nome, ma costruire una regia capace di farli lavorare insieme quando il progetto lo richiede.

In forme diverse, alla base continua a esserci la stessa domanda:

perché stiamo gestendo separatamente cose che, per produrre un risultato, devono funzionare insieme?

Anche il mio ruolo è cambiato

C'è poi un'altra parte di questa evoluzione.

Per molti anni il mio valore professionale è coinciso soprattutto con quello che sapevo fare direttamente.

Oggi coincide sempre di più con quello che riesco a vedere.

Le connessioni.

Le anomalie.

Un problema che sembra appartenere a un'area ma nasce in un'altra.

Un cambiamento che oggi appare marginale ma potrebbe modificare il modo in cui lavoreremo domani.

E con il tempo ho capito che una competenza non è soltanto ciò che sai fare. È anche il modo in cui hai imparato a guardare i problemi.

Questo ha cambiato anche il mio modo di essere imprenditrice.

Sto passando dal costruire aziende nelle quali molte decisioni dipendevano da me al costruire organizzazioni nelle quali competenze, responsabilità e processi possano funzionare senza richiedere continuamente la presenza del fondatore.

Anche qui, paradossalmente, il problema non è più fare di più.

È costruire meglio.

Quindi, di cosa mi occupo?

Non ho trovato una nuova etichetta da sostituire alle precedenti.

E oggi penso che sia un bene.

Sono un'imprenditrice.

Ho una specializzazione profonda nella SEO Off-Site e nella Digital PR.

Lavoro sulla comunicazione e sulla reputazione.

Costruisco prodotti e aziende.

Mi interessa la tecnologia, soprattutto quando modifica processi che conosco abbastanza bene da sapere dove può essere realmente utile.

Ma il filo che tiene insieme tutto questo è un altro.

Lavoro nei punti in cui strategia, comunicazione, tecnologia e impresa smettono di essere problemi separati.

È anche il motivo per cui esiste questo sito.

Non voglio utilizzarlo soltanto per raccontare ciò che faccio.

Voglio usarlo per osservare quello che sta cambiando nel modo in cui aziende, persone, motori di ricerca e sistemi di intelligenza artificiale costruiscono autorevolezza, prendono decisioni e scelgono.

E soprattutto per parlare delle connessioni che iniziano a vedersi prima che diventino evidenti.

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